La trilogia della Patria di Matteo Righetto è sicuramente una delle più belle novità degli ultimi anni. Lirica, potente. Certo il secondo ed il terzo romanzo (“L’ultima patria” e “La terra promessa”) non sono all’altezza del primo episodio intitolato “L’anima della frontiera”, ma Righetto ci ha donato un personaggio femminile di rara bellezza, delicatezza e contemporaneamente forza: Jole De Boer.
Seguire le sue gesta, lei appena quindicenne nel paesino di Nevada in alta Val di Brenta, il suo primo viaggio come contrabbandiere di tabacco ed infine la traversata oceanica fino in Messico, che raggiungerà a venti anni dopo numerose vicissitudini, è per il lettore un alternarsi di sentimenti contrastanti che creano un empatia indissolubile con questo personaggio.
La trilogia della patria è un romanzo di formazione. Jole dovrà affrontare numerose prove, valicare frontiere fisiche e mentali per poter crescere e trovare finalmente una sua dimensione.
La frontiera è onnipresente in tutti e tre i romanzi. È il confine tra l’Austria e l’Italia, la sottile soglia tra il bene ed il male, il baratro tra coraggio e codardia, il valico tra speranza e disillusione, l’oceano tra il Vecchio ed il Nuovo mondo; ma non solo:
“non si capacitava dell’ennesima umiliazione, l’ultima di una serie di soprusi e angherie. Le tornarono in mente ancora una volta le parole di suo padre sulla frontiera, e sul significato profondo che per lui aveva sempre avuto quella parola: confine tra corone d’oro e corone di spine, tra vinti e potenti di turno.”
La frontiera è anche la linea di demarcazione tra l’adolescenza e la maturità:
“… adesso era sola, abbandonata a un destino ignoto, e con lei con non c’era più nessuno pronto a rispondere alle sue domande. Forse stava tutta qui la differenza, pensò: diventare grandi significa smettere di fare domande a chi viene prima di noi per cominciare a dare risposte a chi viene dopo di noi.”
In determinati momenti il personaggio della Jole ricorda molto il Candido di Voltaire … sembra che il destino -Righetto- si diverta sadicamente a bersagliare la povera ragazza con disavventure e ad abbandonarla nelle più atroci sofferenze, ma in realtà il suo demiurgo -Righetto- accompagna, invisibile, la sua creatura, la affianca e la incoraggia, travestito da quel vento sempre presente nei tre romanzi:
“Quel soffio proveniente da nord la stava destando, richiamandola come un padre richiama una figlia. Lo riconobbe subito. Era il vento della frontiera, lo stesso vento di allora, sceso per compatirla e risollevarla e per ordinarle di andare avanti.”

La trilogia della patria è un romanzo di speranza e riscatto dei vinti.
“Tra quella gente serpeggiavano sentimenti oscuri e insieme luminosi: strazio e disperazione insieme alla speranza di realizzare alcuni desideri. Disgrazia e illusione. Incubi e certezze. Ma una cosa avevano tutti in comune. Una sola, eppure salda come la roccia delle Dolomiti: la consapevolezza che non avrebbero mai mollato, non si sarebbero mai arresi. Per nulla al mondo.”
Non è certo un caso che la nave con cui la Jole ed il fratello attraverseranno l’oceano si chiami la San Cristoforo, colui che porta il Cristo, il primo dei reietti.
Ci si commuove quando Sergio, il fratello minore di Jole, cede all disperazione e bestemmia. Vorresti essere lì anche tu a dargli conforto, magari nelle vesti di vento della frontiera:
“Liberasse pure tutta la sua voce rabbiosa contro Dio. Dio l’avrebbe perdonato …”
Ma la trilogia è soprattutto un romanzo di emarginati migranti e migrazioni.
“Uomini e donne che fuggivano da un paese che li respingeva, li ripudiava, li vomitava per gettarli lontano da sé, il più lontano possibile, fin oltre il grande oceano …”
Leggendo queste parole è impossibile non pensare a quello che è stato il nostro recente passato di migranti e sopratutto al nostro presente di popolo che accoglie o per lo meno dovrebbe farlo.
Ogni volta che un barcone pieno di disperati attraversa il mare, dovremmo ricordarci che
“… la vera Patria sulla terra non è un territorio delimitato da confini geografici e politici, bensì un sentimento di appartenenza a qualcosa di più grande e profondo…”
…che non può che chiamarsi amore e compassione.
Fanno da sfondo in tutta la narrazione le montagne, in particolare le Dolomiti, con i loro meravigliosi boschi, le alte vette e le ampie vallate. Righetto è dotato di una grande maestria nel descrivere questi luoghi, maestria che solo un vero amante delle montagne può possedere.
“C’era tanta nostalgia per una patria dissolta, evaporata, sparita per sempre, ma c’erano nuove montagne, e la loro vista la rincuorò.”
Patria è anche ovunque ci siano nuove “montagne” o qualunque cosa siano le vostre “montagne”.

